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Jane Austen, nel bicentenario della morte

Jane Austen 1810

Jane Austen, ritratta da Cassandra Austen – penna e acquerello, 1810 ca. ©National Portrait Gallery

Duecento anni fa, dopo una lunga e dolorosa malattia (si dibatte ancora oggi se fu tubercolosi o cancro), moriva Jane Austen. Ci si chiede spesso quanti altri romanzi avrebbe potuto scrivere questa prolifica autrice, se la sua vita non fosse stata spezzata così precocemente. Il suo primo libro fu pubblicato nel 1811, in forma anonima. Si intitolava: ‘Sense and Sensibility. By A Lady’. Non fu un grandissimo successo, solo 500 copie vendute. I contemporanei, nonostante le trame avvincenti, dal finale sempre positivo, e un rutilante mondo romantico, costellato di carrozze, mussola e seta, non sembravano molto attratti dall’ironia e dal cinismo gentile della scrittrice. Nei pochi anni che seguirono, videro la luce altri cinque romanzi. Jane non fece in tempo ad assaporare alcun successo, e si spense nel 1817, a 41 anni. Aveva guadagnato solo 600 sterline (meno di 20.000 sterline odierne) dai suoi libri, che presto caddero nell’oblio. L’autrice fu rivalutata solo alla fine del XIX secolo, quando uscì la sua prima biografia, scritta dal nipote James Edward Austen-Leigh. Il pubblico rimase affascinato da una vita tanto esemplare e, apparentemente placida, e poi si tuffò nella lettura dei suoi romanzi, che, ancora oggi, riscuotono un vivo successo. Milioni di persone comprano i libri della Austen, che sono stati tradotti in oltre 30 lingue diverse. Inoltre, cinema e TV fanno a gara per trasporre le trame in nuove pellicole e serie a puntate. E’ certo rimasto impresso nell’immaginario collettivo, soprattutto femminile, il Signor Darcy interpretato dall’attore Colin Firth, nella fortunata versione di ‘Orgoglio e Pregiudizio’, realizzata dalla BBC, nel 1995. Eppure, dalla ricerca condotta da un gruppo di studiosi, guidati dal professor John Sutherland, del University College di Londra, sembra che il personaggio di Fitzwilliam Darcy dovesse apparire ben diverso, specialmente ai tempi di Jane Austen.

Mr Darcy

Il vero Signor Darcy
© UKTV/Nick Hardcastle/PA

Gli studiosi, tenendo presente sia le mode del tempo, sia le relazioni della Austen con uomini che avrebbero potuto ispirare i suoi personaggi, hanno delineato il profilo di un gentiluomo pallido, dalla bocca sottile, le spalle non molto larghe e un po’ spioventi, ed i capelli imbiancati di cipria. Niente a che vedere con il Darcy moderno, muscoloso, aitante ed abbronzato. Nei primi anni dell’Ottocento, gli unici muscoli da esibire consentiti ai giovanotti, erano quelli di gambe e polpacci, torniti da equitazione e scherma. Niente abbronzatura, considerata volgare e attributo di classi subalterne e plebee. Meglio piuttosto una carnagione giovanile, bianca e liscia, un volto austero dal mento a punta e dalla bocca piccola, e una capigliatura ordinata, variamente imbiancata, com’era di moda fra i nobili.

Jane Austen £10

La nuova banconota da £10

Sempre in occasione del bicentenario della morte dell’autrice, è stata presentata a Winchester la nuova banconota da 10 sterline, che porterà la sua effigie. Dopo la Regina ed Elizabeth Fry, un’altra grande protagonista dell’Inghilterra Regency, Jane Austen è la terza donna scelta per apparire su una banconota. Oltre al ritratto, i 10 pound riportano anche una citazione, tratta da ‘Orgoglio e pregiudizio’: “I declare after all there is no enjoyment like reading!” (Dopo tutto, devo dire che non c’è svago migliore della lettura).
A parte animalisti e vegetariani, oltraggiati dal nuovo materiale con cui sono fatte le banconote – una plastica contenente piccole quantità di grasso animale –  i fan di Jane Austen hanno subito fatto notare che, la frase scelta è quella pronunciata dall’antipatico personaggio di Caroline Bingley (un’antagonista minore del romanzo, che, nei suoi modi ostili di criticare tutto e tutti, finirà per evidenziare le qualità positive dell’eroina, Elizabeth Bennet). Come se non bastasse, il volto di Jane, ispirato al ritratto postumo, realizzato dal nipote, sulla base di quello, più famoso, dipinto dalla sorella di lei, Cassandra, è stata ‘migliorata’, smussando certe spigolosità del viso e donando all’autrice un’aria più serena.
Controversie a parte, la nuova banconota da 10 sterline, già prodotta in centinaia di milioni di esemplari, entrerà in circolazione ad ottobre, rimpiazzando quella cartacea, con l’effigie di Charles Darwin, che non sarà più valida a partire dai primi mesi del 2018.

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Rousseau il botanofilo

Nel panorama intellettuale e filosofico del Settecento, pur condividendo alcune idee dell’Illuminismo, il pensiero di Jean-Jacques Rousseau si distacca in maniera così originale, da essere considerato precursore del Romanticismo. Nato il 28 giugno 1712, Rousseau è attuale ancora oggi, ad esempio quando si oppone al Liberalismo individualistico, denunciando le ineguaglianze e le ingiustizie sociali. Le sue idee gli costarono persecuzioni e condanne da parte delle autorità civili ed ecclesiastiche, e, per diciotto mesi, riparò in Inghilterra, ospite del filosofo scozzese David Hume. A Londra, dove soggiornò per un periodo al numero 10 di Buckingham Street, si fece subito notare per l’abbigliamento “all’Armena”. È così che lo ritrasse Allan Ramsay nel 1766, con cappello e bordure di pelliccia, contro un fondale neutro scuro e la luce (o meglio, l’illuminazione) che piove sul capo illustre. L’inquietudine del filosofo segna una vita che, a dispetto di fama ed ingiurie, non conosce soste o riposo. Peregrinando da una città all’altra, dimorando ospite di discepoli o ammiratori (quando dissidi o manie di persecuzione non ne avvelenano i rapporti), nei suoi ultimi anni Rousseau si dedica alla botanica. Nella nomenclatura di fronde e fiori scopre un ordine meditativo, una consolazione alle incertezze quotidiane, che gli permette di vivere, senza nemici, il vasto mondo vegetale. Rispetto all'”Emile” o al “Contratto Sociale”, il corpus di scritti botanici è meno conosciuto. Al ritorno dall’esilio inglese, Rousseau scrive otto missive di botanica elementare, indirizzandole a Madame Delessert. Scritte a Parigi, dopo il 1771, le lettere verranno pubblicate postume, nel 1782, ed arricchite, nell’edizione del 1805, dalle mirabili tavole di Pierre-Joseph Redouté. È in uno di questi carteggi che Rousseau afferma pioneristicamente l’utilità di osservare la natura, lontano dall’artifizio dei giardini, poiché l’uomo si è allontanato da essa, piegandola e sovvertendola a proprio vantaggio.
Personalmente, mi sento vicina a questo filosofo-botanico, erborista ed educatore, propulsore di una bio-diversità ante litteram, il quale non esita ad elogiare le “erbacce”, convinto che i malesseri della società e dell’individuo siano causati dall’allontanamento da una vita semplice e spontanea, quella per cui originariamente si era stati creati.
Alla Linnean Society di Londra, è conservata una lettera che Rousseau scrisse a Linneo, il 21 settembre 1771. “Ricevete con bontà, Monsieur, l’omaggio di un incompetentissimo, ma zelantissimo discepolo.” All’encomio si associa la confessione che gli scritti di Linneo costituiscono un’oasi di pace e meditazione in mezzo alle persecuzioni, e che la botanica è un balsamo per la mente tormentata ed ossessiva del filosofo. Segue l’umile richiesta di uno scambio di sementi e di libri. E qui, niente di strano. Amici e contatti illustri solevano mandare a Rousseau lettere dai caratteri svolazzanti miste a semi di piante. E, per lenire l’improvvisa perdita di Madame de Malesherbes, morta suicida, Rousseau aveva inviato al suo consorte un erbario, nel quale il destinatario aveva riconosciuto, con piacere, degli esemplari raccolti assieme all’amico, a Meudon.
Piante rifugio, consolazione, distrazione, terapia, ma anche legante di amicizie, richiamo di esperienze.

Jean-Jacques Rousseau morirà ai primi di luglio del 1798, al ritorno da una passeggiata in solitaria, durante la quale aveva erborizzato, come sempre.

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Keep calm and carry on… 

“L’uomo ha snaturato molte cose per meglio convertirle a proprio uso.” Jean-Jaques Rousseau

Non ho scritto qui da molto tempo. Volevo farlo, avevo alcune idee, non mi mancavano gli spunti. Tuttavia, eventi di varia portata mi hanno, in un certo senso, tolto le parole. Dal lato personale, oltre a combattere una brutta infezione bronchiale, che mi ha praticamente “steso” per alcune settimane, nello spazio di due mesi ho perso tre amici a causa di un male incurabile, percui è stato un susseguirsi di addii più o meno improvvisi, anche se non del tutto inaspettati, con conseguenti lutti, che non credo di aver completamente elaborato. Tra una notizia e l’altra, ho vissuto con apprensione gli ennesimi attentati, così efferati e così insensati, che hanno nuovamente insaguinato la città, di cui uno in un’area a me cara e familiare, dove spesso mi trovo a camminare, incontrare amici, fare una pausa. E come non restare turbati e indignati dal doloroso e incredibile epilogo dell’incendio di un grattacielo popolare, che, in primis, poteva essere evitato o, quantomeno, contenuto, e, che, invece, ha raggiunto dimensioni catastrofiche, reclamando vite e disgregando un’intera comunità? Una cappa pesante aleggia sulla città e, forse, sul resto del Paese. Una coltre di interrogativi, che chiamano in causa ideologie criminali e scenari geopolitici, ed un malessere interno, costellato da evidenti mancanze, da parte di una classe politica, che, pensando al profitto, non si è preoccupata di smantellare istituzioni e professioni, congelare salari per quasi un decennio, stritolare i meno abbienti nella morsa dell’austerity, demonizzare gli immigrati (le cui tasse e il cui lavoro pur servono) e la membership in Europa, subappaltando servizi, tagliando aiuti, ignorando cinicamente i più poveri, i disabili, gli indigenti. Gente che non vive sulla luna, ma in seno a quartieri dove vengono tollerati, fianco a fianco con i ricchi, i benestanti, quelli che si possono comprare una casa per investimento e lasciarla sfitta, che non devono fare trafile perché usufruiscono del dottore o dell’asilo privato, e che non temono il rialzo dei prezzi del mangiare o del riscaldamento. Divisioni ed ineguaglianze da epoca vittoriana, dove lo stato è quasi assente e gli enti benefici faticano a riempire i vuoti. È difficile vivere con leggerezza o noncuranza tempi come questi, che arrivano a colpire il nostro quotidiano, eppure bisogna stoicamente andare avanti. Keep calm and carry on, certo, ma, più di tutto, bisogna restare umani, o re-imparare ad esserlo, perché rinchiudersi nel proprio cortile (o  bunker), alle lunghe, rende sempre più cinici, impauriti, aridi ed alienati.

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La penna d’oca di John Stow

John Stow, storico ed antiquario, nacque nel 1525, nella parrocchia di St Michael, a Cornhill, nel cuore della City. Suo padre, Thomas Stow, era un fabbricatore di candele di sego. John, però, non seguì le orme paterne, ma decise di fare apprendistato altrove, divenendo freeman della Società di Livrea dei Sarti, nel 1547. Essendo appassionato di storia, Stow si dedicò principalmente alla scrittura ed allo studio, attività a lui piu congeniali, sebbene molto meno remunerative. La sua opera più famosa è Survey of London, pubblicata nel 1598 e ristampata nel 1603. Ancora oggi, costituisce un’ammirevole guida alla Londra Elisabettiana.
Dopo discussioni introduttive su fiumi, ponti, abitudini ed altri temi generali, Stow fornisce una descrizione dettagliata di ogni zona nella città,  strada per strada, e talvolta quasi casa per casa!
Ristampata fino ai nostri giorni, Survey of London è una risorsa importante per chi studia la Londra dei Tudor. Le descrizioni degli edifici, le notizie sulle condizioni sociali, ed i traffici doganali, sono molto dettagliate e precise. L’opera è di valore unico, non solo per le preziose informazioni, ma anche per i suoi aneddoti affascinanti.
Quando John Stow mori, nel 1605, la sua vedova commissionò un monumento speciale, in marmo ed alabastro, per ricordarlo ai posteri. Il monumento, nella chiesa di St Andrew Undershaft (raramente aperta al pubblico), raffigura Stow, intento al suo lavoro di storico e scrittore, con una penna d’oca in mano. La penna è vera, e viene cambiata regolarmente durante una breve cerimonia, organizzata dalla Società di Livrea dei Sarti, responsabile anche del restauro del monumento, nel 1905.
Dopo il servizio, officiato dal rettore ecclesiastico di St Helen Bishopsgate, il capomastro della Società provvede a sostituire la penna d’oca con una nuova, fornita dalla Società dei Cartolai.
Alla cerimonia, a cui prendono parte anche i membri del LAMAS (London and Middlesex Archaeological Society), si celebrano la vita e l’opera di Stow. Al termine dell’evento, ci si reca, per un breve tragitto, alla Merchant Taylors’ Hall, dove viene offerto un bicchiere di vino e si può assistere gratuitamente ad una conferenza di archeologia.
The John Stow’s Quill Pen Ceremony avviene ogni tre anni, intorno al 5 aprile, data della morte dell’antiquario londinese.

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I 50 anni di Sgt. Pepper’s

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dall’uscita dell’album dei BeatlesSgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, concepito nel 1966 e uscito nei negozi il 1º giugno 1967. Fu un disco rivoluzionario, per tanti motivi. Innanzitutto nasceva come un concept album che raccoglieva stralci di ricordi dei Beatles nella Liverpool della loro adolescenza. Inoltre, all’organico della band, si aggiungeva la presenza di un’orchestra e di una banda di ottoni, di sapore vittoriano.
I pezzi furono incisi con dei nuovissimi registratori multitraccia. E anche la confezione fu pensata con cura, commissionando l’immagine di copertina a Peter Blake, artista inglese esponente della Pop Art.
L’album è stato acclamato come uno dei migliori di tutti i tempi dalla rivista Rolling Stone ed è considerato come il vero, primo album “art rock”. Per rendere omaggio al 50 ° anniversario di questo disco, la città di Liverpool ospiterà “Sgt Pepper at 50”, un festival unico nel suo genere, che riunirà artisti di fama mondiale e talenti locali. Il nutrito programma, che prevede 13 eventi (lo stesso numero delle canzoni dell’album), si svolgerà dal 25 maggio al 16 giugno, mettendo in scena concerti e spettacoli teatrali, installazioni d’arte e performances.
Tra le varie proposte, si segnalano: “With a Little Help From My Friends”, due commissioni di arte pubblica sul tema dell’amicizia, a cura di Jeremy Deller; un festival di luci dal titolo “Suspended Time”, realizzato dal team francese GroupeF ed ispirato al brano “Lucy in the Sky with Diamonds” e la canzone “When I am 64” eseguita da un coro di 64 elementi, di tutte le età, che sarà trasmessa in diretta su BBC Radio Merseyside.

Per informazioni, e prenotazione dei biglietti, potete consultare il sito internet della manifestazione e l’account twitter @itsliverpool

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L’arte di Eduardo Paolozzi a Londra

tottenham court road paolozziUna delle cose che mi colpirono quando venni a Londra per la prima volta, agli inizi degli anni ’90, fu la sinfonia post-modernista dei mosaici della stazione metropolitana di Tottenham Court Road.
I mosaici, realizzati da Eduardo Paolozzi tra il 1982 ed il 1986, si ispiravano alla vita quotidiana in città e ad alcuni dei luoghi in prossimità della stazione. Erano stati pensati per l’interazione con i passeggeri della metropolitana, che, passando rapidamente attraverso la stazione, avrebbero dovuto riconoscere le metafore colorate della vita in superficie, come i sassofoni e le forme robotiche, simbolo dei negozi di musica ed elettronica di Soho, o gli elementi di arte egizia, che rimandavano al British Museum. Le falene svolazzanti, invece, facevano parte di un ricordo personale dell’artista: i bagni turchi aperti tutta la notte, nel vicino Russell Hotel.
Figlio di immigrati italiani, Eduardo Paolozzi si affermò, a partire dagli anni ’50, con sculture rettilinee ed “Art Brut”. Artista versatile, attraverso i collages, si rivelò un precursore della Pop Art. Ma il suo era un pop tutto britannico, che raccontava il mondo moderno, attraverso sculture, serigrafie, collage e tessuti.
I mosaici di Tottenham Court Road, uno degli esempi più spettacolari di arte pubblica a Londra,  riflettevano la visione urbana e meccanicistica di Paolozzi e coprivano interamente l’ingresso della stazione, le pareti lungo le scale mobili, le piattaforme della Northern Line e Central Line, la rotonda e una fitta serie di spazi comunicanti.
In anni recenti, gli ampliamenti a seguito del progetto Crossrail, hanno portato ad importanti cambiamenti. Tra questi, non senza polemiche, la demolizione della vecchia stazione, con una biglietteria sei volte più grande dell’originale e la scomparsa totale degli archi di ingresso. Quando i mosaici di Paolozzi furono smantellati da Crossrail, dopo lunghe consultazioni con la Paolozzi Foundation, gli artisti che avevano collaborato alla realizzazione del design, e la manifattura italiana che aveva prodotto le tessere musive, ci fu una una protesta pubblica e una petizione online venne firmata da oltre 8.000 persone.
Uno degli aspetti più complessi del progetto di riqualificazione è stato il trasferimento dei mosaici che ricoprivano le sezioni degli archi. Poiché sarebbe stato impossibile ricollocarli in loco nella nuova
stazione, si è deciso di donarli all’Edinburgh College of Art, dove Eduardo Paolozzi aveva studiato e, poi, insegnato. Attualmente vengono utilizzati in un nuovo corso di laurea. Invece, il pannello a mosaico che accoglieva i viaggiatori, all’ingresso di Oxford Street, è stato accuratamente rimosso dal muro in un unico pezzo e trasportato in basso, a livello del tunnel della Northern Line. Durante i lavori di rinnovamento della stazione, i mosaici sono stati sottoposti ad un restauro meticoloso ed oggi, il 95% di essi, è stato finalmente ricollocato in situ.
Art on the Underground ha collaborato con la Whitechapel Gallery per creare una mappa delle opere di Paolozzi visibili a Londra (oltre alla stazione di Tottenham Court Road, si annoverano altri lavori di arte pubblica, come la scultura di Newton di fronte alla British Library e la copertura del pozzo di ventilazione della stazione di Pimlico).
Inoltre, dal 16 febbraio al 14 maggio 2017, la Whitechapel Gallery dedicherà all’artista una grande retrospettiva, che ne celebrerà la lunga carriera ed il percorso irriverente ed innovativo.

 

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La Certosa di Londra apre al pubblico

charterhouseForse non molti sanno che Charterhouse Square, nei pressi di Smithfield, sorge sul luogo di sepoltura di migliaia di vittime della peste nera (si stima un numero non inferiore alle 55.000 unità!).
Un enorme fossa comune, che fu creata su un terreno acquistato da Sir Walter Manny, a meta’ del XIV secolo. Il complesso adiacente, la Charterhouse, che ha da poco aperto al pubblico, fu costruito per una comunità di monaci certosini, di cui Manny fu il primo priore.
Durante i recenti scavi archeologici nella piazza (eseguiti grazie al progetto Crossrail) sono stati rinvenuti degli avanzi di cibo, forse utilizzati nelle cucine del monastero, per preparare piatti di carne per gli ospiti (i monaci erano vegetariani ed i loro pasti, davvero parchissimi, venivano cucinati da fratelli laici). Gli archeologi hanno anche individuato gli scheletri di tredici vittime della peste nera.
Uno di questi scheletri, si trova adesso in una teca di vetro, all’interno del nuovo museo, progettato da Eric Parry, che offre ai visitatori una panoramica storica della Charterhouse.

Visitando il complesso, si può anche vedere un corridoio medievale a volta, in muratura, su cui si affacciavano le celle dei certosini. Essi ricevevano il cibo tramite un’apertura molto stretta, che impediva qualsiasi contatto fisico o visivo (l’ordine era rigorosamente silenzioso e contemplativo). I monaci avevano un giardino dietro loro cella per coltivare frutta ed ortaggi, una zona notte e un oratorio.
La cappella del monastero, dove il fondatore, Sir Walter Manny, fu sepolto, è purtroppo andata perduta nei bombardamenti dell’ultima guerra.

In seguito alla dissoluzione dei monasteri, voluta dal re Enrico VIII, nel XVI secolo il monastero venne chiuso. Non senza spargimento di sangue: i monaci, infatti, si rifiutarono di accettare la supremazia del re, e l’abate del monastero fu impiccato, sviscerato e squartato, la sua mano inchiodata alla porta della Charterhouse, mentre altri tredici monaci perirono di stenti in prigione. Dopo lo scioglimento del convento, il terreno fu venduto e la struttura venne trasformata in residenza signorile.
Il re diede la proprietà a Sir Thomas Audley, portavoce della Camera dei Comuni. Da costui, la ex-Certosa di Londra passò a Sir Edward North, uno dei sergenti del re e consigliere della Corona.
North trasformò il complesso in lussuosa residenza e, nel 1558, Elisabetta I fu sua ospite, durante i preparativi per l’incoronazione
Alla morte di Sir Edward North la residenza passò a Thomas Howard, quarto Duca di Norfolk, che la ribattezzò Howard House. Nel 1570, Elisabetta I fece imprigionare Norfolk nella Torre di Londra, dato che aveva progettato segretamente di sposare la cattolica Maria Stuarda, regina di Scozia. Norfolk fu poi messo agli arresti domiciliari e passò il suo tempo ad abbellire la sua casa, aggiungendovi un campo da tennis nel giardino, raggiungibile grazie ad una lunga terrazza (che sopravvive oggi con il nome di “Norfolk Cloister”).
Nel 1571, il Duca fu coinvolto in un secondo complotto, in cui il banchiere italiano Ridolfi faceva da intermediario, perché Norfolk e la regina di Scozia potessero convolare a nozze, aiutati da alleati stranieri. Dopo che una lettera cifrata di Maria fu scoperta sotto uno zerbino di casa sua, il Duca fu condannato e giustiziato l’anno successivo.
Sembra che, il fantasma di Thomas Howard, nel 1993, si aggirasse per i corridoi della Coutts Bank (la più grande delle banche private di Londra, di cui  la Regina Elisabetta II è cliente) con la testa sotto il braccio, proprio quella che gli fu mozzata in un pomeriggio d’estate, quattro secoli prima!
L’amministrazione della banca dovette ricorrere al medium Eddie Burks, nella speranza di mettere a tacere il fantasma del Duca. Burks riuscì a placare lo spirito e fu anche organizzata una messa di suffragio, a cui parteciparono, parecchio scettici, i discendenti di Norfolk.
La casa del Duca, invece, all’inizio del XVII secolo, fu venduta al ricchissimo uomo d’affari Thomas Sutton, il quale, nel suo testamento, essendo senza eredi diretti, predispose un cospicuo lascito per la fondazione della Charterhouse School (qui dal 1611 al 1872, e poi trasferita in Surrey) per quaranta ragazzi, ed un ospizio per ottanta vecchi soli (celibi o vedovi) ed indigenti.
A quest’epoca risale la cappella che si vede ancora oggi, dove si può ammirare il monumento funebre di Sutton, eseguito da Nicholas Stone, Edmund Kinsmand and Nicholas Johnson nel 1615.
Il museo della Charterhouse, che è ancora un ospizio, ma anche struttura privata, con appartamenti ed esercizi commerciali, è aperto dal martedì alla domenica, dalle 11:00 alle 16:45, con ingresso gratuito. Per 10 o 15 sterline, si può anche seguire un tour guidato (da una guida professionista o da uno dei residenti dell’ospizio) per visitare le varie parti storiche della Certosa. Il tour va prenotato in anticipo, qui.

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Georgian January 

Mi piace gennaio, nonostante sia un mese lungo, freddo, con scadenze da pagare e propositi naufragati. Molti sono al verde e un po’ depressi,  mentre la maggior parte dei turisti sono tornati a casa, così si trova sempre posto nei locali, mentre i saldi selvaggi tappezzano le vetrine di negozi semivuoti. È anche il periodo buono per comprare il divano nuovo, se ce ne fosse bisogno, a prezzi vantaggiosi.
Siccome non riesco ancora a guarire dal noioso virus para influenzale che ho preso ad uno dei famigerati Christmas parties, il mio gennaio è partito in sordina e con le energie di un bradipo. Tra un fumento e una vitamina c effervescente, mi sono lasciata catturare da “Georgian January”, un’iniziativa tutta dedicata al XVIII secolo (e anche all’inizio del XIX). Ogni giorno,  un tema diverso su cui sbizzarrirsi: dai vestiti alla politica, dai sentimenti ai colori. Si diviene una specie di curatori virtuali, e, oltre ad imparare cose nuove, si conoscono persone unite dagli stessi interessi. L’iniziativa è stata lanciata da Dames A La Mode (pseudonimo e sito web di Taylor, una costumista e rievocatrice storica di Washington, che crea e vende gioielli in stile georgiano) ed è alla sua terza edizione. Le regole per partecipare sono semplici: basta scegliere un oggetto, un vestito o un dipinto che siano stati prodotti tra il 1714-1837 ed abbiano attinenza con il tema giornaliero. Li si pubblica su instagram con l’hashtag #georgianjanuary ed il gioco è fatto.

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Pattinare sul ghiaccio a Londra

Fino a duecento anni fa, era abbastanza frequente per il Tamigi gelare completamente fino a due mesi l’anno. Per circa un paio di secoli, dal XVII agli inizi del XIX, la Gran Bretagna fu infatti coinvolta in una “piccola era glaciale”. Inoltre, il vecchio London Bridge ed i moli adiacenti, durante l’inverno, fungevano da diga, bloccando pezzi di ghiaccio e vari detriti, che gelavano facilmente. Nonostante i disagi dei rigidi inverni, i londinesi si dimostrarono resilienti ed audaci come sempre, costruendo delle vere e proprie fiere dotate di pubs, negozi e piste di pattinaggio. Tra il 1607 e il 1814 vi furono moltissime “frost fairs”, di cui ci hanno lasciato testimonianza artisti, scrittori e diaristi come John Evelyn. Queste fiere attraevano una multitudine di persone, tra cui anche re e regine! Ovviamente, costruire dei parchi di divertimento sul fiume ghiacciato, poneva dei rischi, e, talvolta, quando il ghiaccio cedeva, tende e persone venivano inghiottite dalle acque. Tragedie di questo tipo si verificarono nel 1739 e nel 1789, quando un naviglio, ancorato ad un edificio di Rotherhithe, muovendosi, a causa dello sciogliersi del ghiaccio, trascinò tutto via con sé. All’inizio del XIX secolo, il clima cominciò a farsi più mite e l’ultima frost fair ebbe luogo nel gennaio del 1814, con cinque giorni di feste, balli, giochi di ogni genere, rinfreschi e gare di pattinaggio. La demolizione del ponte medievale di Londra nel 1831 pose fine al fenomeno di congelamento del Tamigi, ma i londinesi non si persero d’animo e cercarono di replicare le piste di pattinaggio con mezzi artificiali. Ice rinks sorsero tra Regent’s Park, Chelsea e Westminster, dove i pattinatori potevamo esibirsi accompagnati da un’orchestra dal vivo. Il boom delle piste di pattinaggio si ebbe però negli anni Venti del secolo successivo, con l’ideazione di strutture permanenti. The London Ice Club, inaugurato nel 1927, era un circolo privato parecchio costoso. Fu democraticamente riaperto al pubblico nel 1936 con il nome di Westminster Ice Rink, ma dovette chiudere per sempre all’inizio della guerra, nel 1940. Le feste natalizie a Londra sono l’occasione per infilare i pattini ed appprofittare dei numerosi ice rinks temporanei, di cui, i più suggestivi, sono quelli organizzati a Somerset House, al Natural History Museum,  alla Torre di Londra e tra i grattacieli di Canary Wharf. Si pattina a tempo di musica, con la pista illuminata da luci colorate e l’offerta di bevande calde e speziate dai bar vicini. Se l’abbigliamento oggi è casual e sportivo, un tempo ci si doveva attenere alle regole della moda, che consigliavano dei coordinati chic e ad hoc. Se volete saperne di più, una piccola mostra gratuita al Museum of London esplora la passione dei londinesi per il pattinaggio su ghiaccio attraverso documenti ed oggetti originali, come i pattini medievali ricavati da ossa di animali. Buone Feste.

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La Cerimonia delle Chiavi alla Torre di Londra

wp-1481051599538.jpgOgni volta che mi aggiro tra gli scaffali di librerie antiquarie o di seconda mano, ma anche quando mi ritrovo a curiosare tra i titoli di bancarellari e bouquinistes, mi capita spesso di non essere io a scegliere il libro, ma che sia quest’ultimo a scegliere me. Chiamatela legge dell’attrazione, destino, colpo di fortuna, eppure è così.
A meno di una settimana dalla mia visita notturna alla Torre di Londra, mentre rimuginavo sul post da scrivere, ecco che mi capita tra le mani un librino dall’anonima copertina blu, una ristampa del 1932 di The Spell of London, scritto da H. V. Morton e pubblicato da Methuen, casa editrice storica, della quale serbo altri titoli.
Henry Canova Vollam Morton era stato un valente giornalista ai tempi d’oro di Fleet Street, quando le rotative dei quotidiani facevano tremare le strade. Nel 1923, in veste di reporter del Daily Express, riuscì ad assistere in esclusiva all’apertura della tomba di Tutankhamon.
Da quel momento, la sua carriera, anche come scrittore di viaggi, era decollata. Il suo primo libro su Londra, The Heart of London, fu pubblicato nel 1925. Si trattava di un’antologia di articoli apparsi sulle colonne del Daily Express, una formula fortunata, seguita da altre due raccolte. Apparso nel 1926, The Spell of London, fu scritto per fare da pendant al primo libro. Lo stile immediato e sincero di H.V.Morton, non risente affatto dei novant’anni passati nel frattempo. L’occhio acuto del reporter, unito ad un certo gusto per le derive metropolitane, ci restituiscono intatte le sensazioni e gli umori della città, per mezzo di aneddoti agili ed infusi di ironia. “The Keys” è uno di questi brevi capitoli, in cui il protagonista ferma un taxi nell’umida notte londinese, nei pressi di Piccadilly, e domanda all’autista di portarlo alla Torre di Londra. Il tassista, sorpreso, chiede al cliente “Right up to the gate, Sir?”
“Si, fino al cancello.” risponde Morton, aggiungendo di aver avuto il permesso di assistere alla Cerimonia delle Chiavi.
wp-1481051612839.jpgUna settimana fa, in una fredda e buia serata londinese, mi sono trovata anch’io al cancello principale della Torre di Londra. La storica fortezza si profilava come una massa scura e silenziosa, dove il tempo sembrava essersi fermato. Il Ravenmaster ci ha dato il benvenuto e ci ha condotto all’interno del maniero, guidandoci in un tour special, attraverso porte, torrette, spiazzi, mura vetuste e percorsi tortuosi, sul cui acciottolato hanno risuonato i passi di re, regine, condannati a morte, soldati in armatura e anche quelli del primo duca di Wellington, Constable della Torre dal 1826 fino al 1852, anno della sua morte. Fu lui ad ordinare di svuotare il vecchio fossato, pieno di liquami e rifiuti malsani, e di constuirne uno asciutto, quello che ancora oggi circonda le mura, Fu sempre lui a far costruire una caserma, a nord della White Tower, quella dove sono esposti i gioielli della corona. Il Ravenmaster con competenza ed ironia ci ha illustrato i vari punti della torre, svelando segreti e curiosità. Ci ha anche portato a vedere i suoi pupilli, i famosi corvi, che però, a quell’ora, dormivano tranquilli nei loro quartieri speciali. Quando eravamo ormai intirizziti ed incapaci di porre altre domande, siamo stati accompagnati allo Yeoman Warder’s Club. Bisogna essere una Guardia della Torre oppure un invitato per entrare in questa esclusiva clubhouse, decorata da distintivi, targhe ed altre onorificenze. Qui non si può accedere in jeans e scarpe da ginnastica, ma ben vestiti, il che ha, in un certo senso, contribuito al semi-congelamento di noi signore, durante la visita alla Torre. Per fortuna abbiamo potuto rifocillarci con un’ottima cena, un buffet servito sotto archi normanni, in una piccola cella suggestiva, e ci siamo riscaldati con un po’ di vino, prima di rimettere i cappotti e seguire il Ravenmaster fino al Traitor’s Gate, per assistere, finalmente, alla tanto attesa Ceremony of the Keys.
Un evento che si ripete ogni sera, da oltre 700 anni. Alle 21:53, il Chief Yeoman Warder, vestito di un’uniforme rossa, in stile Tudor, incontra la scorta militare, con cui deve assicurare le porte principali della Torre. Un soldato prende la sua lanterna ed la Guardia, ben scortata, si reca a chiudere il cancello esterno. Al suo ritorno, lungo Water Lane, l’uomo viene fermato dalla sentinella, nei pressi della Bloody Tower, ed invitato ad identificarsi:

“Altolà! Chi viene?”
“Le Chiavi”
“Quali Chiavi?”
“Le Chiavi della Regina Elisabetta”.
“Passate pure Chiavi della Regina Elisabetta. Tutto a posto”.

Gli uomini con le Chiavi della Regina marciano su per il pendio, attraverso il varco oscuro della Bloody Tower, fino al corpo di guardia disposto sulla terrazza. In cima alle scale, il Chief Yeoman Warder solleva il suo cappello, esclamando: “Dio preservi la regina Elisabetta!”
Le Chiavi della Regina vengono prese in custodia, mentre risuonano le note di “The Last Post”, che, da tempi immemori, segnala che il posto di guardia finale è stato ispezionato, e la Torre è sicura per la notte.
wp-1481051748251.jpgE così, proprio come H.V Morton (che assistette alla Cerimonia delle Chiavi di Re Giorgio V) una volta uscita nello spiazzo vuoto, antistante la Torre, anch’io mi sono sentita di aver fatto parte di un sogno, effimero e senza tempo.

Se volete assistere solo alla Cerimonia delle Chiavi, i biglietti sono gratuiti, con un costo di transazione di una sterlina per le le prenotazioni online. I biglietti sono disponibili in numero limitato (massimo 4), e solo per prenotazioni individuali, dodici mesi in anticipo (ma sono già esauriti per i prossimi nove). Non c’è una lista d’attesa, bisogna arrivare puntualissimi e non si possono scattare fotografie durante la cerimonia.