Andrew Graham-Dixon è uno dei critici d’arte più importanti della scena anglosassone. Ha presentato per la BBC svariate serie televisive sull’arte, ha scritto recensioni per giornali come The Independent e The Sunday Telegraph, e ha all’attivo numerosi libri di successo. Giorgio Locatelli è considerato uno dei migliori chef italiani nel Regno Unito. Anche lui ha collaborato con la tv, in programmi e rubriche di cucina, e il suo ristorante londinese, la rinomata Locanda Locatelli, premiata con una stella Michelin nel 2003, serve piatti della tradizione italiana, specialmente regionale, con ricette tipiche del Nord e del Sud. Italy Unpacked è un programma della BBC in tre puntate, basate tutte su regioni del nord Italia: L’Emilia Romagna, la Lombardia ed il Piemonte. In questa guida artistico-gastronomica, condotta in zone spesso snobbate dal turismo di massa, lo spettatore può seguire i due insoliti compagni di viaggio, Andrew & Giorgio, mentre visitano luoghi più o meno noti, incontrando personaggi differenti, unendo le loro passioni, conoscenze e idiosincrasie, condividendo con entusiasmo e vivacità le esperienze fatte lungo strada. Così, tra un affresco di Lorenzo Lotto e un culatello, un palco alla Scala e un risotto d’oro, tra una corsa in Ferrari e un salto in pinacoteca, innalzando gli spiriti tra guglie gotiche e vero ragù all’Artusi (con licenza poetica di due cucchiai di salsa di pomodoro), l’unione tra sublime e materico, tra Arte e Culinaria, non appare più impresa impossibile. Quello che si apprezza del programma, non è solo la commistione tra cultura e gastronomia, il corrispondersi della bellezza (sia essa racchiusa in pennellate manieriste o nidi di tagliatelle fumanti), ma anche la spontaneità dei protagonisti, che, sebbene – è ovvio – seguano una struttura e un copione stabiliti a priori, riescono tuttavia a meravigliarsi, ad appassionarsi, a prendersi in giro. Perché, e forse questo resta difficile da comprendere a fondo, tanto per chi si ciba di “spaghetti bolognese” quanto per chi ignora i tesori che si celano dietro le mura di casa propria, il cibo e la cultura, soprattutto in Italia, sono entità indissolubilmente legate…

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St. George’s Gardens
Alle spalle del Foundling Museum, e proprio a due passi dalle strade trafficate di Bloomsbury, si trova un angolo silenzioso e meditativo. St. George’s Gardens è un piccolo parco, racchiuso da mura e vetusti edifici, che, a sud, demarcano il confine tra la parrocchia di Bloomsbury e quella di San Giorgio martire. Le pietre tombali lungo le pareti e i monumenti funebri sparsi nel giardino, tradiscono la destinazione originaria del terreno e contribuiscono a dare al luogo un senso di tranquillità e vago romanticismo. Durante il regno della Regina Anna (1715) i tre acri di terra vennero destinati a luogo di sepoltura per i parrocchiani di due nuove chiese, costruite nel quartiere di Bloomsbury – St George the Martyr, in Queen Square, e St. George Bloomsbury. Il cimitero fu progettato da Sir Nicholas Hawksmoor, e rimase in funzione fino al 1855. Dopo un periodo di abbandono, in tarda epoca vittoriana, l’area fu trasformata in un giardino pubblico, affinché potesse fungere da ‘salotto all’aperto’ per i residenti delle vicine case popolari.
Tra le centinaia di parrocchiani sepolti qui, si annoverano alcuni personaggi degni di nota. Il primo ad essere tumulato nel cimitero, proprio nel 1715, fu Robert Nelson, filantropo e commissario per la costruzione delle nuove chiese. Per incoraggiare gli altri a seguire il suo esempio, si fece costruire un bel monumento funerario, sormontato da un’urna, forse su progetto di Hawksmoor. Oggi è il più importante monumento nei giardini. Ma anche Anna Cromwell, nipote di Oliver Cromwell, e moglie del medico Thomas Gibson, fu sepolta in una bella tomba, decorata con lo stemma di famiglia. Mori, senza eredi, nel 1727 e riposa accanto alle spoglie del marito. St George’s Gardens fu anche l’ultima dimora di Zachary Macaulay, figura di primo piano nella campagna per l’abolizione della tratta degli schiavi e governatore di una colonia di schiavi liberati in Africa. Egli morì nel 1838, cinque anni dopo che la schiavitù fu finalmente dichiarata illegale.Tra i monumenti interesanti, segnaliamo anche un obelisco, eretto da Thomas Falconer, nel 1729.
Al cimitero di St. George si lega anche il primo atto d’accusa per furto di cadaveri. Nel 1777 il becchino John Holmes, e il suo assistente Robert Williams, furono chiamati in giudizio davanti a Sir John Hawkes, con l’accusa di aver trafugato il corpo di Jane Sainsbury per rivenderlo a scopi scientifici. Williams era stato fermato nella zona di King’s Cross con un sacco voluminoso. Alla richiesta di indicare cosa ci fosse dentro, aveva risposto: “Non lo so”. Al giudice fu riportato che nel sacco venne trovato il corpo di una donna, piegato a forza con delle corde: le mani erano dietro la schiena e la testa tra le gambe. Oltre che per questa storia macabra, i St George’s Gardens sono rinomati dal punto di vista botanico. Infatti, nella parte ovest, vantano una larga selezione di felci autoctone e aliene, la più importante nel centro di Londra. Iscritti al Registro dei parchi e giardini storici, con Grado 2, e tuttora terra consacrata, i giardini rappresentano ormai una realtà molto amata e ben custodita dai residenti della zona.
Neve a Londra 2013
L’avevano annunciata le previsioni, sarebbe caduta di venerdì. Anche se, quella mattina, quando mi sono affacciata alla finestra, non si vedeva nulla che volteggiasse nell’aria fredda, per adagiarsi sull’asfalto ghiacciato. Questione di poche ore. Il tempo di arrivare al lavoro, che fioccava con brio e i giardini di Bloomsbury Square avevano già tutto il vialetto imbiancato. E’ un rapporto ambivalente, quello che ho con la neve. Da un lato, venendo da regioni più calde, una nevicata equivale per me ad una sorta di incantesimo. La neve costituisce sempre una novità, che merita di essere immortalata, sfidando il gelo e i disagi. E poi ha il privilegio di coprire le brutture e attutire i rumori. D’altrocanto, però, se uno deve spostarsi oltre i confini del proprio quartiere, andare in giro con la neve equivale al peggior incubo. E non parlo solo di coprirsi di strati, camminare irrigiditi e cercare di stare attenti a dove si mettono i piedi. Infatti, basta poco per mandare in tilt il sistema ferroviario e i tratti di metropolitana con i binari all’aperto. E non è piacevole aspettare un mezzo al freddo e al gelo, magari mescolati ad una folla di malcapitati, tutti intirizziti, stanchi, di malumore, e che sgomitano per assaltare quell’unico treno o bus che li riporterà a casa. La neve nel weekend regala almeno la libertà di scegliere se rimanere a casa o avventurarsi per le vie della città. Significa anche decidere di non perdersi in derive casuali, ma di passare del sano tempo in cucina, a sfornare muffins soffici, con il ripieno di gocce di cioccolato fondente, e una suggestiva copertura di zucchero ‘a neve’.
Ricetta dei Muffins ricoperti di neve
Ingredienti: 2 uova, 240ml latte di soia, 120ml olio di semi, 100g zucchero raffinato bianco, 100g zucchero scuro di canna, morbido, 375g di farina per dolci, 4 cucchiai di lievito, una presa di sale, il succo di 4 mandarini, una confezione di gocce di cioccolato fondente, zucchero a velo.
Procedimento: Riscaldare il forno a 180 gradi. Mischiare in una ciotola il lievito, la farina, il sale, lo zucchero. Mescolare a parte, in un’altra terrina, le uova, l’olio, il succo di mandarino e il latte, poi unire il tutto, poco alla volta, al composto secco. L’impasto dovrà risultare bene amalgamato, ma non troppo liscio. Unire le gocce di cioccolato all’impasto e riempire gli appositi stampini, in cui saranno state posizionate le pirottine di carta. Cuocere per 20-25 minuti, lasciar riposare in forno per altri 5. Una volta sfornati, coprire i muffins con zucchero a velo.
La Voce del Padrone…
Inizio questo post con un mea culpa. Non ricordo esattamente l’ultima volta che sono entrata in un negozio HMV. Ce n’era uno all’aeroporto, dove approfittavo del duty free, ma lo hanno chiuso tre anni fa. Non acquisto DVD perche li affitto, e, da quando ho deciso di fare decluttering, anche l’acquisto di CD si è fatto sporadico, se non nullo. Solitamente vado da Fopp, perche mi sta di strada, ma anche questa catena indipendente era stata inglobata da HMV, perciò ora non so cosa accadrà. E’ stata la notizia clamorosa di ieri. Dopo Jessops, gigante della vendita di apparecchi fotografici, che una settimana fa ha chiuso i battenti con una perdita di oltre un migliaio di posti di lavoro, perche’ non riusciva più a sopravvivere alla concorrenza online, ora è toccato ad HMV, storica catena di negozi di dischi, che si avvia ad un periodo di amministrazione controllata. La chiusura, però, sembra un baratro inevitabile, con la tragica perdita di oltre 4mila posti di lavoro. His Master’s Voice (HMV), nota in Italia come La voce del Padrone, venne fondata nel 1899 e apparteneva originariamente alla società Gramophone, con sede nel Middlesex. Per questa etichetta incisero i grandi della lirica, da Enrico Caruso a Beniamino Gigli, nonchè valenti compositori ed esecutori di musica classica. Tra i nomi del rock e del pop basta solo nominare i Beatles. Inconfondibile poi, il logo della casa discografica, con il Jack Russell che ascolta i suoni provenienti dal grammofono. Era stato desunto da un dipinto di Francis Barraud, il quale aveva ritratto Nipper, il cane di suo fratello defunto, la cui voce riviveva nelle incisioni di svariati cilindri. Di quell’epoca lontana, mi restano ancora delle vestigia ereditate dal nonno, appassionato di lirica. Nello specifico, due o tre dischi da grammofono, di vinile pesantissimo, a 78 giri e una scatolina di latta, ancora piena di puntine, con il simpatico cagnolino sul coperchio, a fondo rosso e oro.
Donne nella Storia
Si è già parlato in questo blog di storiche in tv, nello specifico, l’anno scorso, avevamo dedicato un post alla professoressa Mary Beard, docente di Discipline Classiche presso l’Università di Cambridge, nonché appassionata narratrice di usi e costumi dei Romani.
In questi giorni, la BBC 4 sta mandando in onda un bel programma, in tre puntate, in cui un’altra storica, che va per la maggiore, la Dottoressa Lucy Worsley, fa rivivere il vortice di Eleganza e Decadenza del periodo Regency, momento storico in cui, il principe del Galles (poi Giorgio IV), venne nominato reggente per conto del padre, Giorgio III, impedito da un grave squilibrio mentale. Il Regency è un periodo di transizione, molto affascinante, che segna uno stile, con le sue architetture neoclassiche, il mecenatismo, la moda sofisticata, i romanzi di Jane Austen, i versi di Byron e Percy Bysshe Shelley, gli eccessi dell’aristocrazia, le guerre napoleoniche, i dipinti di John Constable, l’avvento dell’illuminazione a gas e del valzer, la tassa sul grano, le repressioni nel sangue e i marmi del Partenone… Lucy Worsley, con il suo caschetto biondo, i vestitini da flapper e l’accento particolare, per nulla spocchioso, impiega molta passione e ironia nel condurci attraverso gli alti e i bassi di un’era, che significa molto più di un elegante e pomposo Mr Darcy.
Ma chi è Lucy Worsley? Figlia di un illustre geologo, dopo aver trascorso l’infanzia in Canada, è tornata in Inghilterra per laurearsi e specializzarsi in Storia. Ora è curatrice capo di Historic Royal Palaces, una società di beneficienza, che si occupa di mantenere in buono stato monumenti regali, quali la Torre di Londra, Banqueting House, Kew Palace, Hampton Court e gli appartamenti di stato a Kensington. La carriera televisiva di Lucy è iniziata tre anni fa, con un programma sulla storia delle case inglesi, dalla catapecchia del servo al palazzo del re. E poi, naturalmente, le tre puntate sul Regency, che la tv sta ritrasmettendo in questi giorni. Sono seguiti reportages di storia sociale sulla figura femminile nel XVII secolo, sulla vita ai tempi di Enrico VIII, e sulle vicende di Hampton Court. La bravura e competenza con cui la Worsley racconta il passato, le hanno conquistato la simpatia del largo pubblico, ma anche le frecciate di detrattori invidiosi, tra cui lo storico David Starkey, il quale ha accusato la collega di essere carina, sì, ma di raccontare i fatti come se si trattasse di un romanzetto storico, edito da Mills and Boon (l’equivalente della nostra collana Harmony). La Worsley, che convive con un architetto di grido a sud di Londra, l’anno scorso è anche finita alla ribalta delle cronache, per una frase detta durante un’intervista a The Radio Times. Durante il programma, le era stato chiesto come mai, a 38 anni, e con un compagno stabile, ancora non avesse deciso di mettere su famiglia. La storica ha risposto di aver avuto (e di avere) altre priorità e impegni, e “di essere stata educata a ragionare e scegliere, al di là delle naturali funzioni di riproduzione”. Apriti cielo! Per settimane i giornali non hanno parlato d’altro e la frase incriminata compariva letteralmente ovunque. Tuttavia, è chiaro come la Worsley, con la provocatoria valutazione del suo percorso di vita, avesse voluto scoccare una freccia nei confronti di certa intrusione e continua richiesta di giustificazioni, che spesso la società e i media fanno alle donne, circa la loro scelta/possibilità di procreare o no.
In fondo, che (vi) importa?
Mentre Lucy è impegnata a scrivere libri e a girare un nuovo programma per la BBC, su pregi e viltà di re e regine, noi ce la godiamo tra dandy byroniani e reggenti inutili.
Mummie: tra maledizioni e autopsie
Il 4 novembre del 1922 Howard Carter scopriva l’accesso al sepolcro di Tutankhamon e telegrafava la notizia a Lord Carnarvon, rimasto in Inghilterra. Il 26 novembre, fatto un buco nella parete della camera sepolcrale, Carter scopriva l’eccezionale tesoro del faraone. Quella stessa notte la città del Cairo venne colpita da un misterioso blackout. Nel 1929 Carter era ancora vivo, ma undici tra le persone coinvolte nella scoperta erano scomparse per cause non naturali o per morte prematura. Lord Carnarvon morì per una banale puntura di zanzara nel 1923. Aubey Herbert, fratellastro di Lord Carnarvon, si suicidò in un accesso di follia; l’archeologo La Fleur, collaboratore di Carter, morì per cause ignote appena giunto in Egitto; Arthur C.Mace, tra i primi a entrare nel sepolcro, fu trovato morto nello stesso albergo di Canarvon; Lady Carnarvon, morì come il marito, in seguito ad una puntura di insetto; l’egittologo Arthur Weigall, fu colpito da una febbre sconosciuta, Arcibald Douglas Reid, morì mentre radiografava la mummia; infine Richard Bethell, segretario di Carter durante gli scavi, perse la vita per cause sconosciute. Tra le altre vittime della maledizione, un miliardario americano amico di Lord Carnarvon, e Alfred Lucas e Douglas Derry, colpiti da infarto poche ore dopo aver eseguito l’autopsia della mummia di Tutankhamon. La maledizione della mummia potrebbe, tuttavia, avere delle cause scientifiche. Si è scoperto infatti che i funghi presenti nelle grotte e nelle tombe (Aspergillus niger, Aspergillus ochracens e Cephalosporium), possono avere effetti letali, specialmente se inalati, e per questo ora gli archeologi indossano sempre mascherine ed abiti protettivi prima di irrompere in una sepoltura.
A parte ciò, prima ancora della sofisticata cerimonia di mummificazione, tanto cara alla civiltà egizia, che non abbandonava mai i propri defunti senza prima averli assicurati con formule magiche, amuleti nonché anatemi, nell’Egitto predinastico (3500 a.C.) i corpi si essiccavano per processo naturale, a causa dalla sabbia rovente del deserto con cui venivano posti direttamente a contatto. Una di queste mummie naturali è il famosissimo uomo di Gebelein, più noto agli inglesi con lo pseudonimo di Ginger. La mummia, scoperta nel 1896, e custodita al British Museum (sala 64), è visitata da miriadi di persone ogni anno. Per oltre un secolo, generazioni di visitatori e curiosi si sono soffermate davanti a questa mummia rossiccia, ripiegata in posizione fetale e con poche suppellettili attorno, senza mai sapere chi fosse Ginger in realtà. Recentemente, però, i resti sono stati sottoposti a studi medico-scientifici moderni, grazie ad una collaborazione anglo-svedese. I raggi x e la tomografia assiale computerizzata hanno rivelato interessanti e drammatici aspetti sulla breve vita di quest’uomo dell’antichità e, fino al 3 marzo 2013, una mostra temporanea interattiva rivelerà al pubblico tutti i dettagli dell’assassinio.
Nei meandri del museo, lontana da occhi curiosi, si trova anche la famosa Mummia Maledetta, un sarcofago donato da Mrs Warwick Hunt di Holland Park, per conto del marito, nel 1889, e inventariato con la dicitura BM.22542. Dagli anni trenta, lo si collega al fantasma della principessa Amen-Ra, che ancora si aggirerebbe urlante nella ormai dismessa British Museum Station, le cui banchine annerite, sono visibili a chi viaggia sulla central line da Tottenham Court Road a Holborn. London Underground ha sempre negato con determinazione l’esistenza di un collegamento segreto tra la stazione non più esistente e i depositi di antichità egizie del Museo Britannico. Per quanto riguarda il sarcofago, i curatori tengono a precisare che si tratta solo di un reperto di valore rimarchevole, risalente alla ventunesima dinastia (950BC) e giunto fino a noi in buone condizioni…
La metro di Londra compie 150 anni
In piena epoca vittoriana, Londra era una città in espansione, ingolfata da un traffico tentacolare di cavalli e pedoni. La capitale aveva bisogno di un sistema di trasporto efficiente, che migliorasse la vita degli abitanti. Fu così che, il 10 gennaio del 1863, nacque la prima metropolitana del mondo.
La Metropolitan Railway era una linea merci e passeggeri che, tra la seconda metà dell’ottocento e i primi anni trenta del novecento, scaturiva dal cuore finanziario della capitale, per spingersi fino alle propaggini del Middlesex. Il tratto iniziale, inaugurato 150 anni fa, misurava circa 4 miglia (6 chilometri) e andava da Paddington a Farringdon Street. Il metodo iniziale di costruzione della Tube, impiegato fino alla fine del XIX secolo, consisteva nello scavare a fondo le strade lungo il percorso della linea; una volta posti in opera i binari, questa sorta di trincee venivano coperte da un poderoso tunnel di mattoni; infine, si provvedeva a ripristinare il manto stradale. Le carrozze del viaggio inaugurale erano di legno e illuminate a gas. Venivano trainate da locomotive a vapore, che rimasero in uso fino all’avvento del sistema elettrico, nel 1905. La metropolitana di Londra è stato un punto di riferimento per investitori finanziari, progressisti sociali, designers, pionieri e riformatori. Ha rimodellato la città, riparato i londinesi durante i pesanti bombardamenti della Luftwaffe, e proseguito, tra alterne fortune economiche, politiche e tecnologiche, fino al complesso sistema di oggi: 249 miglia, oltre quattromila carrozze, un miliardo di passeggeri l’anno e una popolazione di ben cinquecentomila (!) topi, che si aggirano nei tunnel, e, spesso, lungo i binari delle stazioni. Per festeggiare il compleanno della Tube, sono in programma due viaggi d’epoca, nelle serate del 13 e 20 gennaio, organizzati dal London Transport Museum. I titolari dei biglietti (150 sterline per il treno a vapore, 50 per quello elettrico vintage), viaggeranno lungo parte del tratto originale della Metropolitan Railway (oggi Hammersmith & City).
Per chi, invece, può permettersi un biglietto del cinema, da non perdere l’uscita, questo venerdì, di Underground (1928), film diretto da Anthony Asquith.
La pellicola, restaurata dal BFI e accompagnata dalla colonna sonora, composta da Neil Brand, affascina per le luci e il taglio espressionisti, ed equivale ad una macchina del tempo. La metropolitana è parte integrante della trama e imposta il tono del film, con le sue oscurità e il garbuglio di linee e di tunnel, fungendo da sfondo e metafora alle passioni represse dei protagonisti. Gente comune, che incontrandosi per caso, tra una stazione e l’altra, nella ripetitività dei tragitti quotidiani, finirà per sperimentare amore e violenza.
Sanità Angla – 2
In questi grigi giorni di gennaio, Londra sembra un lazzaretto. Ovunque, nei negozi, negli uffici, nei vagoni della metro, per strada, è tutto un risuonare di starnuti, colpi di tosse di varie tonalità e grassezze, tirar su di nasi colanti, conversazioni in semi-apnea. Impossibile sfuggire all’invasione degli ultracorpi, per quanto uno faccia l’impossibile. E così, anch’io sono stata falciata, inizialmente da un subdolo mal di gola, tramutatotosi ben presto in raffreddore ed odiosa laringite acuta. Dopo due giorni di totale e frustrante afonia, non avendo tempo e modo di prenotare un appuntamento con il GP (equivalente del nostro medico di famiglia), mi sono, per la prima volta, affidata al famoso walk in centre dell’NHS. Trattasi di ambulatorio con personale medico e infermieristico, dove non serve appuntamento, registrazione e indirizzo fisso. Per la maggior parte, i centri sono aperti tutto l’anno, anche fuori orario o prestissimo di mattina. Mi sono dunque recata al walk in centre di zona, comodamente locato davanti al capolinea della Overground. Arrivata alla reception, ho sibilato: “I need to see someone.” Haha! Forse la richiesta sarebbe stata meglio formulata al passivo, dato che ero io la casualità (afona). Comunque, l’infermiera non si è minimamente scomposta, e m’ha piazzato davanti il solito form da compilare. Che io ho diligentemente riempito, con tanto di motivazione scientifica: “laryngitis”. “Please, take a sit”, ha suggerito la nurse, per niente impressionata dalle mie conoscenze ippocratiche. E io, ubbidiente, mi sono seduta, in posizione strategica. Sono scorsi solamente venti minuti (una buonissima media), prima che sullo schermino delle visite comparisse il mio nome. Nel frattempo, mi sono guardata intorno. Le utenze variavano dalla vecchietta con problemi oculistici, alle mamme coi bambini malaticci, appena prelevati da scuola, passando per i tipi sospetti, quelli da stazione, probabilmente con postumi da sbronza o allucinogeni, e lo studente povero, coi capelli impastati, e i sandali, con i talloni dei calzini bucati. Ma ci sono state anche la bionda ossigenata e la donna in carriera con il tacco a spillo, proprio come in certi vecchi noir di Hollywood. A tutti è stato consegnato il famigerato modulo da compilare e una sedia su cui aspettare. La bionda ossigenata, quella no, non si è seduta. L’infermiera le ha dato un gettone da inserire in una macchina avveniristica parlante, dove bisognava salire, senza sciarpa, borsa e cappotto. L’aggeggio, molto simile ad un ibrido tra la bilancia della farmacia e il distributore dei caffè, in un nano secondo l’ha misurata e pesata, le ha monitorato i battiti cardiaci e, una volta infilato il braccio nell’apposito foro, le ha pure misurato la pressione. Mentre ero ancora stupefatta dalla tecnologia salva-tempo/denaro del servizio sanitario inglese, ecco che compare il mio nome lampeggiante. Sala 4.
Busso e trovo un medico ermetico. Saluto mimando e gli propino un’anamnesi di sintomi e rimedi, che avevo vergato su un foglietto, mentre aspettavo di là. Lui nemmeno ci butta l’occhio, mi infila al volo il termometro nell’orecchio, due secondi di luce in gola, poi mi ausculta i polmoni. Alla fine, non mi prescrive niente di nuovo, a parte stare zitta per altri cinque giorni, continuando a bere gli intrugli che già provvedo a scolarmi (primo in classifica: infuso di miele, limone e zenzero), conditi da paracetamolo, suffumigi e riposo. “L’antibiotico non serve, è una faringite virale, che deve fare il suo corso…”. Mi piace l’approccio naturale della sanità angla, così in contrasto con la nostra medicina rimediale del tutto e subito, (“signora, vuole la voce indietro per domani? Allora, si prenda pure ‘sto cortisone in compressine, a scalare, o, meglio, in comoda fiala da aerosol”). Il dottore mi congeda stanco, lavandosi le mani alla Ponzio Pilato, e in meno di cinque minuti sono già fuori dal centro. La supremazia del “virale” sul “batterico” mi ha riassicurato, vado subito dal turco a comprare le cipolle, le mele, il limone e lo zenzero. Tutti emollienti, espettoranti e antisettici naturali. Per meno di due sterline.
E’ un peccato che i tagli del presente governo al servizio sanitario nazionale stiano facendo sparire molti walk in centres. In poco tempo sono stata visitata, e non ho fatto perdere tempo né al personale del pronto soccorso né al mio medico, che probabilmente ha l’agenda appuntamenti piena fino alla prossima settimana, tra pazienti vittime di tosse canina e norovirus. Secondo il sito NHS, i walk in centres sono stati utilizzati da più di tre milioni di persone l’anno scorso e “hanno dimostrato di essere un servizio di successo complementare al tradizionale GP e al pronto soccorso ospedaliero”. Eliminare del tutto questi centri, sarebbe una mossa sbagliata, tanto che, a quest’ora, potrei essere ancora a ciondolare nei corridoi di un A&E, con un codice bianco, afona…
Al di là delle Nuvole
At The Cloud Appreciation Society we love clouds, we’re not ashamed to say it and we’ve had enough of people moaning about them…
Un’associazione a dir poco eccentrica, con sede nel Somerset e oltre 30.000 membri sparsi nel mondo, si occupa dell’apprezzamento e conoscenza delle nuvole. Nata per caso, quasi per scherzo, durante un festival letterario in Cornovaglia, nel 2004, The Cloud Appreciation Society ha un proprio manifesto, in cui si sottolinea la volontà di combattere la banalità del quotidiano, tramite il ‘cloudspotting’. Vengono organizzate conferenze, con la partecipazione di meteorologi, nefologi (esperti di nuvole), antropologi, fotografi di fenomeni naturali, storici dell’arte. Cirri, cumuli nembi, strati, vengono esplorati in tutti i loro aspetti e significati. Il fondatore della società, Gavin Pretor-Pinney, è anche autore di libri sul tema, tra cui un volume fotografico di nuvole che ‘somigliano a qualcosa’ (piattini, conigli, pesci…), tratte da un vasto archivio, creato grazie al fitto network di soci, pronti ad immortalare la nuvola del momento con la digitale o il cellulare. Un libro, che non tratta di meteorologia, ma dell’attività ludica di riconoscere forme nelle nubi. Un’attività, che equivale ad una sorta di meditazione, un antidoto alla frenesia e alle pressioni della società moderna.
Eggs, Bacon and Chips
La fine delle Feste significa per molti affrontare la stessa realtà: i risparmi intaccati pericolosamente, la depressione di gennaio, i propositi del nuovo anno già falliti, il giro vita espanso. Si calcola che il Britannico medio abbia consumato più del suo fabbisogno giornaliero di calorie solamente con il pranzo di Natale e, per eliminare il peso in eccesso accumulato nelle Feste, ci vorranno almeno tre mesi di sacrifici. “A moment on the lips, a lifetime on the hips” recita un vecchio adagio.
Eppure, secondo una ricerca dell’Università dell’Alabama, il famigerato English Breakfast, colazione a base di uova fritte, pancetta, fagioli, pomodori e salsiccia, per il suo contenuto di grassi, sarebbe in grado di aumentare il metabolismo (a patto che poi ci si moderi nei pasti principali) e quindi aiutare nelle diete post natalizie. Mito o realtà, è un dato di fatto che oggi sono pochissimi gli inglesi che si siedono a tavola ogni mattina per regalarsi una colazione tradizionale. Il full English Breakfast è un lusso della domenica o delle vacanze. C’è chi però ne ha fatto una specie di missione. Russell Davies, un account planner che si occupa di brands e marketing, da anni recensisce tutti quei caffè di Londra (ma anche del Regno Unito) dove sia possibile fare colazione o bere una tazza di tè in completo relax, magari scambiando due chiacchiere. Le sue recensioni sono dettagliate e corredate da numerose fotografie. Particolare curioso, come si evince anche dal titolo del suo blog gastronomico (eggbaconchipsandbeans), Russell, quando entra in un caffè, ordina sempre un English Breakfast, indipendentemente dalle origini etniche del locale, e su questo, ed il servizio in generale, basa la sua recensione. Oltre al blog, Russell è l’autore di un libro che recensisce ben 50 caffè.



